Pedagogia – La scuola e la sfida delle competenze

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Scuola e pedagogia

Di quando in quando, nel mondo della scuola, entrano alcune parole-chiave che vengono rivestite di un potere quasi “taumaturgico”. Gli insegnanti con maggiore esperienza probabilmente ricordano quando si sentivano frasi del tipo: “dobbiamo passare dalla scuola del programma, alla scuola della programmazione”, dove il termine programma diveniva il simbolo di una scuola vecchia, tradizionale, “nozionistica” e con il termine programmazione si volevano indicare le meravigliose sorti progressive di una scuola rinnovata, sulle basi di una didattica più moderna e scientifica.

Era l’avvento della pedagogia per obiettivi, che inizialmente fu avversato da parte di molti insegnanti che ne lamentavano il tecnicismo arido, ma che – per paradosso – è divenuto oggi – per dirla con Bruner – la pedagogia implicita, di molti docenti. Ora tocca al termine competenza giocare il ruolo di parola magica, ma siamo sicuri che sia sufficiente pronunciarla per cambiare in modo profondo il mondo della scuola? Che basti dichiarare pubblicamente che essa è diventata “buona” per ritrovarci per magia in una scuola d’eccellenza? Che basti certificare delle competenze per avere formato persone autenticamente competenti? “Competenza” si dice in molti sensi.
La parola competenza deriva dal latino (cum-petere) e letteralmente significa chiedere insieme o dirigersi insieme verso una meta, ma già nell’uso latino apre un’ampia gamma di significati che vanno dall’ andare insieme, al far convergere in un medesimo punto, ossia mirare ad un obiettivo comune, incontrarsi, corrispondere e gareggiare. Proviamo ora a gettare lo sguardo su alcune delle più importanti raccomandazioni internazionali in cui si parla di competenze chiave e ci accorgiamo che il termine non viene usato con lo stesso significato. L’OCSE ha avviato nel 1997 il progetto DeSeCo (Definition and Selection of Competencies), con l’intento di fornire una più solida struttura concettuale di riferimento per le indagini volte ad accertare il livello degli apprendimenti ed il possesso delle competenze chiave, definite come “competenze individuali che contribuiscono a una vita “realizzata” e al buon funzionamento della società, elementi essenziali in diversi ambiti della vita e importanti per tutti gli individui”.

Si punta molto sul carattere globale e olistico delle competenze-chiave, che si snodano lungo tre aree:

  1. usare strumenti in modo interattivo;
  2. interagire in gruppi eterogenei;
  3. agire in autonomia.

Diverso è l’approccio della Raccomandazione del parlamento Europeo e del Consiglio, del dicembre 2006, sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente, in cui si afferma che “dato che la globalizzazione continua a porre l’Unione europea di fronte a nuove sfide, ciascun cittadino dovrà disporre di un’ampia gamma di competenze
chiave per adattarsi in modo flessibile a un mondo in rapido mutamento e caratterizzato da forte interconnessione”.

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 336 “Di Nuovo a scuola”

Andrea Porcoralli

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