Immagini del mondo fluttuante. Hokusai Hiroshige Utamaro

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Redazione I Martedì

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Lo spettacolo della natura si mostra in tutta la sua maestosità nelle 200 silografie policrome e libri illustrati provenienti dalla collezione del Honolulu Museum of Art ed esposti a Palazzo Reale di Milano.

Entro un allestimento ispirato alle dimore del Sol Levante, sono in mostra al Palazzo Reale di Milano oltre 200 opere dei tre sommi artisti giapponesi dell’Ukiyoe, che significa “immagini del Mondo Fluttuante”, ovvero temi e soggetti alla moda comparsi nell’arte figurativa giapponese a partire dagli anni Trenta del Seicento, che godettero di grande successo in tutta l’epoca Edo (1615 – 1868) ma che ebbero la loro espressione più alta tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.

Hokusai Hiroshige Utamaro al 150° Anniversario del 1° Trattato di Amicizia e Commercio fra Giappone e Italia

Hokusai, Utamaro e Hiroshige, le loro silografie policrome e i loro libri illustrati prestati dall’Honolulu Museum of Art per una esposizione curata da Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte Orientale all’Università di Milano, e organizzata dal Comune di Milano e da MondoMostre Skira in occasione del 150° Anniversario del 1° Trattato di Amicizia e Commercio fra Giappone e Italia, dopo una chiusura tra Oriente ed Occidente di oltre due secoli (ma i primi contatti tra Italia e Giappone datano al XIII secolo…).Hokusai Hiroshige Utamaro

Le silografie esposte sono tratte dalle serie più famose dei tre artisti, dove, anche se per ciascuno di loro il grande successo è legato ad una tematica specifica, spesso compaiono gli stessi soggetti, eppure variati passando dall’una all’altra mano. Così a metà Ottocento Hiroshige dopo vent’anni rifà le Trentasei vedute del Fuji disegnate da Hokusai all’inizio degli anni Trenta, ma la Grande onda di Hiroshige appare un poco placata rispetto all’immagine di Hokusai, movimento continuo tra mare e cielo di grande tensione e potenza ed assoluta eleganza, divenuta un’icona mondiale dell’arte figurativa giapponese: conosciuta, introiettata e trasposta da tanti artisti del mondo occidentale, a partire dai maestri francesi del secondo Ottocento fino agli esponenti della Pop Art, Wharol in primis.

Fu la Francia, e soprattutto Parigi, a stringere i contatti culturali con l’Estremo Oriente, e proprio in Francia nel 1873 fu coniato il termine “Japonisme” per definire un movimento di ampia diffusione – dalle arti figurative ai costumi agli oggetti alla moda – già avviato alla metà del secolo sotto l’influenza delle stampe giapponesi giunte ad Amsterdam tramite la Compagnia delle Indie Orientali e poi diffuse in tutt’Europa.

Principale veicolo per la diffusione di questo nuovo gusto, che interessò la pittura ed anche la produzione fotografica, furono le varie esposizioni internazionali. Fra le tante, Dublino nel 1853, con più risonanza Parigi nel 1855 e in occasione della grandiosa Esposizione Universale del 1867… Ma furono soprattutto artisti ed intellettuali a stabilire un particolare legame con l’arte figurativa giapponese.

Già nel 1855 Monet iniziò ad Anversa la sua collezione di stampe giapponesi, che arriverà a 200 esemplari; imponente con oltre 400 pezzi quella di Van Gogh, che fu davvero stregato da quel nuovo lessico figurativo fatto di rappresentazioni bidimensionali, linee curve e dinamiche, eleganti e sinuose, campiture di colori puri stesi a plat, al punto da copiarne alcune immagini e farle proprie: fra queste, da Hiroshige, “Acquazzone” e “Susino in fiore”. Dall’amore al possesso allo studio, così che molti artisti – da Manet a Degas a Toulouse-Lautrec… – trasposero i canoni della visione giapponese nella propria opera. Tra questi Monet, che per il suo giardino di Giverny volle un ponte giapponese sullo stagno delle ninfee, raffigurandoli in alcune tele secondo i canoni spaziali ed i modelli iconografici di Hokusai e Hiroshige.

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 336 “Di Nuovo a scuola”

Maria Pace Marzocchi

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