Musica che salva

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La Boîte à musique

Per molti la salvezza è un Dio che si fa uomo, nato, morto e risorto. Per molti è la solidità economia, la possibilità di una vita non comune, ricca di privilegi. Per altri la salvezza è la musica. La musica può essere un’amica, un’emozionante compagna, un catalizzatore di ricordi, ma, in alcuni casi, è molto di più. Talvolta gli immortali capolavori di Bach e Chopin diventano l’unica luce nelle notti più buie. La bellezza, l’armonia di quelle note è un antidoto potente contro l’orrore, la guerra, la morte, la musica è la salvezza.
C’è un film, basato sulle memorie del pianista polacco Wladyslaw Szpilman, che lo racconta in modo intenso. È Il pianista, diretto dal regista Roman Polanski e uscito nel 2002. Il 23 settembre del 1939, mentre le bombe tedesche cadevano su Varsavia, quel giovane suonava il Notturno in do diesis minore di Chopin alla radio. Continuò finché non fu centrata anche un’ala dell’edificio in cui era. Ma restare al pianoforte il più possibile, suonando Chopin, “il” compositore per i polacchi, era la sua “resistenza”. In seguito la musica gli salvò letteralmente la vita. Sfuggito alla deportazione nei Lager, dove morirono i suoi famigliari, sopravissuto alla vita nel ghetto, fra le macerie suonò Chopin su un pianoforte miracolosamente intatto per un ufficiale tedesco che decise di nasconderlo e di aiutarlo a rischio della sua stessa vita.
Esistono altri esempi, più recenti. Il pianista iraniano Ramin Bahrami, esule per sopravvivere, per continuare la carriera di musicista lontano da un paese in cui la musica era stata bandita, ha intitolato la sua biografia “Come Bach mi ha salvato la vita” (Mondatori, 2012). “Mio padre finì nelle galere rivoluzionarie da cui, purtroppo, non uscì vivo. Vi morì nel 1990 e ancora oggi non sappiamo dove siano i suoi resti”. E allora Bach: “nelle sue note ho ritrovato la mia patria perduta, i miei affetti più dolorosamente scomparsi. […] Io posso in qualche modo definirmi «miracolato» da Bach, Se non avessi scoperto la magia delle sue melodie, il giocoso movimento danzante tanto spesso tipico della sua musica, non sarei sopravvissuto alle brutture e alle oscenità che ho subito insieme alla mia gente. Sebastian mi ha salvato introducendosi nella mia vita”.
L’anno scorso è uscito un altro libro che devo citare a chiusura di queste riflessioni. S’intitola “Le variazioni del dolore. La vita, dopo l’inferno, grazie alla musica” (Einaudi, 2016). Lo ha scritto James Rhodes. Rhodes ora è un pianista famoso, ma ha un passato di orrori. “Sono stato trattato come un giocattolo, violato da quando avevo sei anni. Di continuo, per moltissimo tempo”. Il linguaggio è duro, il lettore ripercorrerà un’esperienza brutale raccontata senza sconti e senza eufemismi. E le conseguenze fisiche e morali non terminano mai. Nel libro le descrive così: “Interventi chirurgici plurimi, cicatrici (dentro e fuori), depressione, ossessione suicida, marcato autolesionismo, alcolismo, dipendenza da droghe, idiosincrasie sessuali fra le più assurde, confusione di genere (“sembri una femmina, sicuro che non sei una femmina?”), sessualità distorta, paranoia, diffidenza, bisogno compulsivo di mentire, disordini alimentari, disturbo da stress post-traumatico, disturbo dissociativo dell’identità (nome più leccato per il disturbo di personalità multipla) e cosí via”. Nello stesso tempo incontra la musica. La musica consola, un compositore redime tutto il dolore. “Per essere precisi, Johann Sebastian Bach. Volendo essere pignoli, la Ciaccona per violino”. All’inizio di ogni capitolo Rhodes segnala un compositore in un modo tutto suo. In ognuno trova il suo stesso dolore, l’instabilità psicologica, la malattia che lui conosce bene. Esagera? Certamente no. “Dietro ogni compositore c’è un essere umano che ha sofferto di qualcosa” dice Rhodes, “la meraviglia è che abbiano scritto simili cose nonostante tutto”.

[…]

Leggi l’articolo completo nel numero 332 “Alcune parole”

Chiara Sirk

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