Lavoro, Lavori quale futuro? Intervista a Romano Prodi

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“La rivista I Martedì e le conferenze del Centro San Domenico, sono da tantissimi anni un punto di riferimento culturale e di grande respiro intellettuale. Una proposta culturale offerta alla comunità aperta della città di Bologna”. È così che mi accoglie nella sede della Fondazione per la collaborazione dei popoli, il presidente Romano Prodi, con cordialità e manifestando tanto affetto, nei confronti di un’Istituzione, il Centro San Domenico, che in oltre quaranta anni di attività  ha saputo interpretare, con continuità e competenza, tante fasi storiche della storia del nostro paese, offrendo sempre un’occasione di riflessione e di confronto a tanti e diversi protagonisti della vita culturale ed intellettuale dell’Italia.

L’obiettivo del nostro incontro è quello di  fare un’analisi delle condizioni del mondo del lavoro di oggi, dei giovani, delle famiglie e di come una possibile diversa organizzazione del lavoro (culturale, fiscale, di legislazione sociale, ecc…) possa incidere sulla “ricchezza di vita” del singolo, delle famiglie e della società.

 

Romano Prodi e il lavoro

Presidente Prodi che cosa significa per lei lavoro, lavorare? Ci può fare una fotografia della situazione odierna del mondo del lavoro?

Sono stato molto fortunato. Ho avuto la possibilità di fare diversi lavori, in cui ho sempre avuto l’opportunità di esprimermi liberamente, sono stato trattato bene e soprattutto ho avuto la grande fortuna di cambiare tanti lavori, quindi non mi sono mai annoiato. Ho sempre avuto la possibilità di cambiarli perché c’era lavoro, ed è proprio l’opposto in cui si trova la condizione umana oggi. Oggi è un’epoca in cui ci sono enormi difficoltà a trovare lavoro, e quando uno l’ha trovato ed è stanco o ha problemi diventa quasi una tragedia staccare perché poi non sa dove approdare.

Io sono vissuto in un periodo di sostanziale abbondanza di posti di lavoro.

Mi sono laureato in giurisprudenza  nel 1961 all’Università Cattolica di Milano ed io e il gruppo dei miei compagni di studio, che come me si sono laureati nei termini previsti,  abbiamo avuto dalle otto alle dieci proposte scritte di lavoro immediato. Quasi Tutti si sono permessi il lusso di scartarle e di rimanere all’Università. E questo è qualcosa di nemmeno  pensabile oggi.

Oggi le posizioni si sono rovesciate e il lavoro è diventato un problema se non una tragedia. Abbiamo da una parte la difficoltà di inserimento dei giovani e dall’altra l’estrema drammaticità di reinserimento per le persone di media età, che per motivi diversi, rimane senza lavoro tra i 40 e 50 anni.

Il lavoro continua ad essere elemento imprescindibile di cittadinanza e di costruzione della propria identità professionale e personale?

In teoria no, in pratica sì! Il lavoro è strumento di identificazione e di crescita, in molti casi significa socializzazione, rapporto fra persone, un mondo di relazioni e queste dimensioni non deve andare assolutamente perdute. Il lavoro non può essere solo ed esclusivamente produzione o produttività, o non è solo attività per ricevere lo stipendio, ma è anche un modo di esprimersi, di socializzare, di sentirsi utile.

Lavorare meno, lavorare tutti! È semplice utopia dei tempi lontani o si può concretamente recuperare e concretizzare?

L’umanità, in questa fase storica, si trova di fronte ad un problema nuovo che è quello della sovra capacità produttiva e quindi dell’oggettiva difficoltà di offrire un posto di lavoro per Tutti.

Una soluzione utopica, certamente logica, ma altrettanto certamente impossibile potrebbe essere quella di diminuire in tutto il mondo, in modo drastico, il numero di ore settimanali lavorabili per trovare lavoro per Tutti. Ma ad oggi non c’è alcuna autorità o struttura politica internazionale che possa riorganizzare il mondo del lavoro tenendo conto di questa prospettiva. La mia è insieme una provocazione, ma anche una riflessione, perché ne sarei molto felice se ci fosse un organismo internazionale globale, capace di re-distribuire lavoro riducendo le ore settimanali.

Rimane un’assoluta utopia, è un problema molto complesso e coinvolge globalmente tutti i popoli.

Tuttavia la diminuzione dell’orario di lavoro è da sempre una costante dell’umanità post rivoluzione industriale. Storicamente siamo passati dalle 60 ore alle 40 ore settimanali di lavoro, certamente in una situazione complessiva diversa, non c’era ad esempio la globalizzazione e c’erano organizzazioni sindacali forti e capaci di porre questo tema.

Il processo di automatizzazione e di informatizzazione, avanza a grandi passi, sia nei settori produttivi e terziario, ma anche negli stessi servizi alla persona? Cosa determinerà nel prossimo futuro? Ci dobbiamo spaventare, anche da un punto di vista sociale?

L’aumento della capacità produttiva, ma soprattutto dell’efficienza e dell’automazione, sia nel settore manifatturiero, ma anche nel terziario, ha determinato una diminuzione drastica dell’offerta di lavoro.

Il processo d’informatizzazione e il computer sta sostituendo a ritmi impressionati personale in ogni ambito di attività e in tantissimi ruoli professionali.

Certo ci dobbiamo spaventare, ma non abbiamo alternativa. Siamo su un treno in corsa e se solo provassimo a saltare giù, ci fracasseremmo al suolo, e si perderebbe anche quel poco che potremmo avere. Rimane un dato affermato che la quantità di lavoro offerta è oramai tanto scarsa rispetto alla domanda.

Rispetto alla robotizzazione delle cure alle persone, credo sia efficace, certamente per qualche funzione o in casi speciali, soprattutto di ausilio all’assistenza, ma rimane determinante il rapporto persona a persona e da questo elemento non si deve prescindere per offrire un servizio di qualità e dal carattere umano.

Riguardo alle pensioni, è veramente così drammatica la situazione?

Il pensionamento è l’altro dramma della società italiana. È tuttora impostato tutto da un punto di vista economico, anche se ciò non esaurisce il problema.

Lo standardizzare il momento della pensione (65 anni o 67 anni, ecc… è indifferente)  per tutti è un fatto inumano. E poi lo choc che spesso segue il momento della cessazione dell’attività lavorativa è altrettanto drammatico di quello che vive un giovane che cerca lavoro e non lo trova.

Dobbiamo conquistare una qualche forma di flessibilità. Alle persone che svolgono vecchi e nuovi lavori usuranti, va data la possibilità di andare in pensione anticipatamente.

L’altro tema è quello di dare a tante categorie professionali la possibilità di cambiare lavoro. Ad esempio un insegnante, raggiunta una certa età, difficilmente riesce a mantenere una interazione costruttiva con degli adolescenti scatenati e quindi la possibilità di lavoro in classe e di cura del gruppo vengono inevitabilmente compromesse. Allora si potrebbe pensare di farlo lavorare in segreteria o di trasferirlo ad una funzione impiegatizia, ad esempio presso un’istituzione statale o privata.

E più in generale e per la quasi totalità dei casi occorre applicare un pensionamento progressivo, ossia dopo una certa età si passa per un determinato periodo a metà tempo, e poi gradualmente si riduce il tempo di lavoro fino alla data di pensione.

Oppure attraverso istituzioni sociali (ONG, cooperative, organizzazioni caritative e di pubblica utilità, ecc..) e non solo, si può dare a tutti la possibilità – per la parte finale della propria carriera lavorativa e anche oltre – di essere occupato in altre funzioni.

Tutto questo però va organizzato, strutturato, ma è realizzabile.

Oggi il lavoro e le condizioni del mondo del lavoro non sono certo strumento primo di giustizia sociale e di rispetto dell’essere umano. Come riportare al centro dell’economia il lavoro ?

Certo è così! I dati confermano che ogni giorno tante persone vengono espulse dal mondo del lavoro. Possiamo dire che non dobbiamo più pensare esclusivamente al lavoro a tempo indeterminato. Diverso però, è un lavoro e l’angoscia che finisca il mese dopo, altra cosa un lavoro che ha un orizzonte, anche se può essere messo a rischio sia dagli eventi o sia da comportamenti inappropriati.

Ma occorre recuperare ed affermare un concetto fondamentale, ossia il lavoro a tempo indeterminato deve costare – in termine di oneri per l’azienda – meno del lavoro a tempo determinato, e questo per incentivare le imprese ad assumere a tempo indeterminato. Occorre gestire la precarietà attraverso la riduzione dei costi del tempo indeterminato.

È necessario ridare una prospettiva di lungo termine al lavoratore eliminando questa inumana angoscia diffusa tra i giovani e questa assurda e continua rotazione del lavoratore che certo così non impara il mestiere.

Bisogna permettere al contrario una crescita professionale del lavoratore che garantisca altresì anche una maggiore qualità di prestazione per l’azienda.

Intervista a Romano Prodi

È plausibile che oggi un giovane per avere uno stipendio “normale” che gli consenta semplicemente di vivere – e non dico per costruirsi una famiglia – debba avere due o tre lavori contemporaneamente? Come arginare questo assurdo?

Questo condizione è inaccettabile. Tutto ciò deriva dalla generale tendenza allo sfruttamento del lavoro a tempo determinato. La soluzione come già accennato è quella di una riduzione dei costi del tempo indeterminato.

Durante il mio Governo presi delle decisioni in tal senso, riducendo il cuneo fiscale, ma non ricevetti molti consensi dalle parti sociali. Il cuneo fiscale è la somma delle imposte (dirette, indirette o sotto forma di contributi previdenziali) che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti (e i liberi professionisti). Forse il provvedimento era prematuro rispetto ai tempi.

Già allora avevo chiarissima l’idea che non si può andare verso un lavoro precario, precario, precario o iper precario. Così si distrugge la struttura economica e morale di un paese.

L’indebolimento e la marginalizzazione delle Organizzazioni sindacali e in generale dei corpi di rappresentanza intermedi, è  anch’esso causa della crisi del mondo del lavoro e delle crescenti disuguaglianze? Cosa si può fare?

Se si vuole uscire dalla crisi abbiamo bisogno di un sindacato forte nell’elaborare proposte e nella capacità di interpretare tanto l’interesse dei propri iscritti quanto l’interesse comune del paese e dell’azienda. Il sindacato ha di fronte la necessità di una grande trasformazione organizzativa e del modo di lavorare.

Il nostro pluralismo sindacale si sta dimostrando non efficace, e c’è una eccessiva frammentazione di sigle sindacali. In queste condizioni la responsabilità di lavorare per un medesimo obiettivo, ossia il miglioramento delle condizioni di lavoro, si trasforma spesso in un obiettivo di concorrenza tra le diverse sigle sindacali.

Oggi la frammentazione è arrivata al punto in cui anche nelle situazioni locali o aziendali, ove si concretizzano ottimi contratti collettivi, le sigle sindacali vengono spesso scavalcate da gruppi spontanei. E’ spesso la mancanza di una linea unitaria, che determina questa eccessiva disintegrazione e processi in cui i sindacati stessi vengono scavalcati da nuove strutture o gruppi auto organizzati, creatisi per esempio attraverso la rete. E ciò  determina la casualità assoluta delle decisioni di politica sindacale aziendale.

L’unità sindacale è indispensabile e importante sarebbe anche il tentativo di un riavvicinamento organizzativo delle sigle sindacali storiche.

La frammentazione odierna delle sigle sindacali sfavorisce l’ordinato sviluppo del mercato del lavoro.

La constatazione della difficoltà di una trasformazione in questo senso non impedisce l’obbligo morale di dire che questa evoluzione sarebbe estremamente utile e necessaria. Occorre recuperare il senso unitario e chiaro del traguardo sindacale che si vuol raggiungere.

È pensabile un organismo internazionale in grado di mettere insieme America, Europa, Asia, Cina, Russia e capace di governare questa trasformazione epocale che stiamo vivendo, senza rischiare di affrontare catastrofi economiche, sociali ambientali o politiche?

Lei mi sta facendo il ritratto ideale dell’ONU, ma tutto ciò non è realizzabile.

Dalla nascita delle Nazioni unite e al di la di qualche momento emozionale non si è mai passato all’ONU nemmeno il potere minimo, per raggiungere obiettivi di carattere globale. Le condizioni economiche e politiche internazionali odierne non permettono un governo unitario mondiale.

Il desiderio di pace, di cooperazione, di solidarietà umana e di rispetto dell’essere umano, sono elementi sempre presenti nell’animo umano, eppure dobbiamo sempre  arrivare a qualche catastrofe, per poi ripartire, per poi ricostruire un’identità, una giustizia sociale, condizioni di libertà e di democrazia, e in generale un mondo migliore.

È mai possibile che si debba arrivare sempre a situazioni estreme per poi decidere di riprendere un cammino diverso?

Quello che lei dice mi conduce agli ammonimenti e al ruolo del nostro Papa Francesco. Nei suoi discorsi riprende spesso il concetto che siamo già in una guerra mondiale, che è molto presente il pericolo di una guerra mondiale.

Ha chiaro che nelle attuali condizioni sociali ed economiche mondiali, le probabilità di un conflitto armato esteso sono molte alte.

I suoi appelli sono un esortazione politica e morale affinché ciò non avvenga.

La guerra non porta mai saggezza. Porta altresì sofferenze e risentimento e quest’ultimo è più forte di qualsiasi sogno.

Nel secolo passato ci ha portato l’ONU, ma mai gli è stato dato potere reale per gestire pacificamente conflitti nelle diverse aree del mondo. Ci ha portato il piano Marshall, ma è stato unicamente no strumento per riequilibrare i rapporti di forza del mondo post bellico.

Se mai dovesse prospettarsi un nuovo conflitto mondiale questo porterebbe solo morte e distruzione e nessun miglioramento o insegnamento ulteriore. Le catastrofi aprono solo a catastrofi successive.

La nostra responsabilità e il nostro dovere è assolutamente quello di evitare la guerra.

Antonino Fusone

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