Il numero 340 illustrato dai lavori di Wolfango Peretti Poggi

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Redazione I Martedì

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Il 16 gennaio 2017 è mancato Wolfango Pe­retti Poggi. Possiamo immaginare sia volato nel mondo dei colori speciali, che non sbia­discono mai. Bologna, la città dov’era nato e dove ha sempre vissuto e operato, gli ha voluto rendere un omaggio, magari un po’ tardivo, ma certamen­te prestigioso: con voto unanime il Consiglio co­munale ha deciso, nella seduta del 22 gennaio, di conferirgli l’Archiginnasio d’Oro per la sua lunga, coerente, straordinaria attività. Nella motivazione si legge: «Era, insieme a Giorgio Morandi, il più grande pittore bolognese del ‘900». La cerimonia si è svolta il 5 febbraio nella Sala dello Stabat Mater, e l’Archiginnasio d’Oro alla memoria è stato conse­gnato ai figli Alighiera e Davide Peretti Poggi.

Incontriamo la figlia, Alighiera Peretti Poggi, che sta curando l’immensa eredità artistica del padre e alla quale dobbiamo la cura di due mostre recente­mente ospitate in Palazzo d’Accursio, “Le Quattro Stagioni. Concerto per frutta e verdura” e la recen­tissima “Wolfango disegnatore”. Due occasioni che hanno aperto a bolognesi e turisti la possibilità di incontrare uno dei più grandi Maestri d’arte di Bo­logna, di conoscerne e riconoscerne la maestria, il segno, la poesia dei suoi disegni, delle sue illustra­zioni e soprattutto delle formidabili nature morte.

Alighiera Peretti Poggi, ha avuto la fortuna di avere un padre speciale ed ha anche un nome non comune. Le chiediamo: come mai questo nome?

«Sono nata nel 1964, quando Wolfango stava illu­strando la Divina Commedia. Fu un lavoro molto impegnativo, che richiese cinque anni di lavoro, 300 disegni preparatori per 100 tavole. Era un’edi­zione di lusso. Fu pubblicata da Rizzoli, nel 1972 e costava un milione duecentomila lire. Erano tre volumi rilegati in pelle, con i caratteri come quelli della prima edizione, oggi rarissima. Ricorda: no­mina sunt consequentia rerum? Ecco, così fui chia­mata Alighiera».

Curiosando tra i cataloghi delle biblioteche, ho visto che nessuna a Bologna la possiede.

«So che l’Archiginnasio la sta cercando. Avevano diversi volumi di papà, ma alcuni non erano ricon­ducibili a lui a causa dei numerosi pseudonimi usa­ti nell’illustrazione. Le firme di Golpe, Golpetto, Vulpes, Lupanbolo e Anonimo bolognese nascon­dono sempre la stessa persona e la stessa mano».

Quando abbiamo parlato di chiedere la possibi­lità di pubblicare le opere di Wolfango in questo numero il direttore, padre Giovanni Bertuzzi, ha ricordato che suo padre era molto amico di

Michele Casali, fondatore de I Martedì. Ricorda come si conobbero?

«Nel 1966 uscì il libro di Emilio Radius, Gesù oggi, che alla Fiera del libro per ragazzi vinse il primo premio. Padre Casali volle sapere chi era l’illustra­tore che si celava sotto lo pseudonimo di Anonimo bolognese del xx secolo. Così si conobbero. Papà dichiarò subito di essere agnostico. Padre Casali rispose: “meglio!” Da quel momento nacque un’a­micizia che proseguì nel tempo. Padre Michele era un frequentatore assiduo della nostra casa e si fer­mava spesso a cena, era molto simpatico, di grande compagnia. Papà ha fatto un’incisione che lo ritrae “in venia”che gli ha regalato nel 50° di sacerdozio».

Come si avvicinò suo padre all’arte?

«Aveva iniziato giovanissimo a disegnare e a dipin­gere, fu educato alla pittura da uno zio che non aveva figli, Giuseppe Mazzotti, per noi zio Peppi­no, che usciva dal collegio Venturoli. La famiglia non era d’accordo, avrebbe voluto per lui una car­riera da medico o da avvocato. Papà fu uno studen­te brillante del Galvani, è stato iscritto per quattro anni al Medicina, ma faceva solo disegni anatomi­ci. Lui diceva di essere un “vocato” e di essere nato con una falange soprannumeraria, il lapis. Lo zio gli aveva insegnato tutto quello che sapeva, ma era un sapere d’impronta ottocentesca. A quel punto Wolfango iniziò la sua ricerca. Ebbe un breve pe­riodo morandiano, un altro breve periodo infor­male. La sua ricerca terminò nel ‘68, quando arri­varono in Italia i colori acrilici. Si aprì un mondo. Con quei colori poteva fare i suoi quadri, materici, molto grandi, sempre dal vero, perché lui odiava l’ausilio della foto».

Sono quadri, quelli più noti, come il celeber­rimo e geniale “Cassetto” nella Sala Stampa di Palazzo d’Accursio, molto particolari.

«Sì, quello che caratterizza molte sue opere è il gi­gantismo e il punto di vista zenitale, cioè il sogget­to era ripreso dall’alto. Lavorava con delle lenti che gli permettevano di aumentare le proporzioni. Era una tecnica molto particolare. Faceva tutto: mon­tava anche la tela, con un metodo speciale viste le dimensioni».

Dove lavorava? Doveva avere molto spazio…

«Avevamo una casa dietro ai Giardini Margherita molto grande. C’erano due studi: uno “mercan­tile”, per le illustrazioni, la numismatica. L’altro esclusivamente dedicato alla pittura, dove non tutti potevano accedere. Dipingeva per sé e per gli amici. Solo nel 1986, quasi costretto da Eugenio Riccomini, ci fu la prima mostra. In quell’occasio­ne per far uscire il famoso “Cassetto” dovemmo fare una tagliola nel muro. L’operazione è documentata in molte foto dell’amico Nino Migliori».

Perché era così restio a mostrare le sue opere?

«Negli anni Settanta il modo di dipingere di papà era “anomalo”. C’era l’avanguardia. Pensava non sarebbe stato capito».

Non fu così, però a lui, mi sembra di intuire, non interessava il consenso e ha lavorato molto.

«Sì, ha avuto una vita lunga e piena di lavoro. Quindi ci troviamo con tantissimo materiale che stiamo cercando di valorizzare. A Parigi, in una mostra al Salon du Dessin, sono stati presentati due suoi disegni preparatori delle Divina Comme­dia».

Questa è la parte artistica in senso più stretto, poi sappiamo che aveva interessi molto vari. Tutti ricordiamo il suo bellissimo e geniale pre­sepio. Che storia ha?

«Papà, pur essendo agnostico, era molto legato al presepio in quanto lo zio lo portava, da bambino, a Santa Lucia a comprare le statuine. Poi la casa fu bombardata, il presepio andò distrutto. Passò mol­to tempo e lui tornò a Santa Lucia per cercare di ricomporlo, ma trovò solo statuine di plastica. A quel punto, ormai ero nata io, decise che le avreb­be fatte lui. E così fu: ogni anno aggiungeva qual­che personaggio. Oggi abbiamo 180 figure alte dai 40 agli 80 centimetri».

E poi c’era l’illustrazione…

«Possiamo dividere l’attività di Wolfango in due filoni: da una parte la pittura, dall’altra l’illustra­zione. Era un filone che considerava secondario, ma per il quale era molto richiesto. Dipingeva quello che voleva, su commissione disegnava. Ul­timamente Roberto Mugavero della Minerva edi­zioni ha ristampato alcuni libri per l’infanzia che lui aveva illustrato e nel 2017 è uscita la biografia Wolfango oltre i colori edita da Minerva e scritta da Eleonora Renda. Poi c’erano i burattini, che inta­gliava personalmente. Li amava moltissimo perché li vedeva da piccolo».

La scorsa estate è stato finalmente realizzato un progetto molto bello e da sempre molto deside­rato da Wolfango.

«Sì, il burattinaio Riccardo Pazzaglia, che ha cono­sciuto papà ch’era un bambino ed era da lui molto stimato, ha intagliato le teste per un Amleto su di­segni di Wolfango che aveva anche creato bozzetti, scene e costumi. Poi è stato rappresentato la scorsa estate con molti amici che “prestavano” la voce ai vari personaggi. C’erano l’attore Vittorio France­schi, nelle vesti di Amleto, il maestro burattinaio Romano Danielli e Antonio Faeti, esperto di illu­strazione e amico di Wolfango».

Per lui, sembra, non esisteva una cultura “alta” e una “bassa”, era appassionato di molte cose di­verse.

«Wolfango aveva cultura, fantasia e tecnica. La tec­nica non basta se non c’è dietro cultura. Quando non dipingeva, leggeva sempre. Usava vari stili a seconda di quello che doveva illustrare. Aveva la sua scuola, sapeva incantare i bambini. Eppure sa­peva essere anche molto rigoroso. Tra le sue opere una raffigura un piatto d’uva e ha una storia par­ticolare. Mentre lui dipingeva l’uva si deteriorava e, non volendo usare le foto, bisognava aspettare l’anno successivo che tornasse la stagione dell’uva. Uno dei complimenti più grandi glielo fece un mu­ratore che quando in casa nostra vide il quadro di una cassetta di frutta andata a male, ora in Santa Lucia, disse: “Quella roba” riferendosi al modello che papà stava copiando “è rusco, ma quel quadro me lo terrei in casa”».

Insomma, ha avuto un padre davvero speciale!

«Sì, ed era molto presente, dato che lavorava in casa. Una casa ch’è sempre stata aperta a tutti, senza distinzione. In questo anche nostra madre, Chiara, che lui ricordava inserendo il suo nome nella prima “O” della sua firma, ha avuto un ruolo importan­te. In casa nostra non c’erano foto, ma nel Natale 2011-2012 ci regalò un “Album di famiglia” con 50 disegni con ritratti e storie della nostra vita. C’e­ra il nostro passato e il nostro presente».

Quali progetti ci sono per il futuro?

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 340 “Correva il 17”

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