Il Pasto Forzato

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Il Pasto Forzato – La crisi energetica e climatica

La nostra vita quotidiana è permeata da un flusso continuo di energia, 24 ore su 24, ottenuto per oltre l’80% da petrolio, carbone e gas. La loro massiccia combustione, protratta per decenni, ha causato inquinamento atmosferico e minato la stabilità climatica della Terra, che si sta surriscaldando. Quest’ultimo effetto è principalmente causato dalla trasformazione di miliardi di tonnellate di combustibili fossili in biossido di carbonio (co2), un gas solo apparentemente innocuo poiché incolore, inodore e non tossico. Per produrre l’energia utilizzata da ogni singolo cittadino italiano nel 2016 sono state rilasciate in atmosfera 5,6 tonnellate di co2.

Fotovoltaico ed eolico hanno contribuito a mutare la ricerca tecnico- scientifica alle prese con l’inquinamento e con i tentativi di trovare soluzioni energetiche rinnovabili e sostenibili.

In pratica stiamo utilizzando la sottile fascia atmosferica che ricopre la Terra come una sorta di discarica: ogni anno le attività umane immettono in atmosfera oltre 36 miliardi di tonnellate di co2. Il processo di fotosintesi naturale digerisce circa metà di questo “pasto forzato”, il resto si accumula in atmosfera, creando una sorta di invisibile coperta termica attorno al nostro pianeta. Nel dicembre 2015, dopo 25 anni di discussione, 196 Paesi riuniti a Parigi hanno riconosciuto che il cambiamento climatico rappresenta un pericolo urgente e potenzialmente irreversibile per tutta l’umanità. Questo accordo non è la soluzione definitiva al problema, poiché le modalità con le quali ciascun paese si impegna a far sì che la temperatura del pianeta non ecceda i 2°C rispetto al valore preindustriale non sono definite in modo dettagliato. Tuttavia è un importante passo avanti. Petrolio e gas (idrocarburi) coprono attualmente il 52% del consumo primario di energia. Per decenni sono stati estratti da giacimenti “convenzionali”, dai quali fuoriescono in modo spontaneo e possono essere convogliati e trasportati in modo relativamente facile ai luoghi
di utilizzo. Le riserve di questi idrocarburi “facili” si assottigliano e, negli ultimi 20 anni, la ricerca di idrocarburi si è concentrata sulle risorse cosiddette “non convenzionali”. Si tratta di (a) petrolio di pessima qualità mescolato a sabbia in giacimenti superficiali (sabbie bituminose), (b) idrocarburi intrappolati in formazioni argillose a circa 1500 m di profondità, oppure (c) giacimenti situati in zone impervie (es. Artico) o (d) a grandissima profondità in mare aperto. La loro estrazione comporta numerosi e documentati danni, tra i quali spiccano l’inquinamento dell’acqua e dell’aria e, persino, la possibilità di stimolare terremoti. In pratica, è iniziata una ricerca ossessiva delle ultime risorse sfruttabili di idrocarburi: una caccia con crescenti costi ambientali, economici e geopolitici.

Dopo aver goduto per decenni in una sorta di età dell’oro energetica, l’umanità si trova oggi a fare i conti con alcune gravi conseguenze, in parte prevedibili e in parte inattese: alterazione del clima, inquinamento della biosfera, tensioni e conflitti per l’accaparramento delle risorse, profonda iniquità nella distribuzione dei consumi energetici, e quindi del tenore di vita. Questi problemi contribuiscono in modo determinante a generare un flusso migratorio crescente verso i paesi più ricchi. Ad esempio, l’agenzia ONU per i rifugiati stima che, dal 2008, vi siano stati oltre 20 milioni di rifugiati climatici l’anno. Un numero destinato inevitabilmente a crescere.

Nicola Armaroli

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 341 “credere nel progresso sociale”

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