Liberi di scegliere

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Redazione I Martedì

Il problema della giustizia sociale è strettamente legato alla permanenza delle disuguaglianze e delle povertà: l’urgenza di ridurre le disparità sociali e di aumentare le opportunità.

Liberi di scegliere – Come potrebbe aversi giustizia sociale universale senza libertà e uguaglianza? Quale giustizia sarà quella di un paese ove non tutti possono godere degli stessi diritti e delle stesse opportunità e, quindi, essere uguali? È per questo che il Rapporto dell’International Panel on Social Progress (IPSP) dedica tanta attenzione al tema delle disuguaglianze, perché è solo riducendo le disparità di reddito, di istruzione, di condizione e, quindi, di opportunità che si può parlare di progresso sociale.

Dal punto di vista sociale, esistono molte forme di disuguaglianza e disparità. Se molti studi si concentrano sulla disuguaglianza economica, normalmente misurata dal reddito o dalla ricchezza, importanti sono anche le disuguaglianze nelle libertà, nelle opportunità, nelle capacità fondamentali degli individui: la capacità di essere sani, istruiti o socialmente inseriti, di esprimere la propria voce ed avere rappresentanza sul piano politico, di poter scegliere quale vita vivere. L’eguaglianza nelle possibilità e nelle capacità, come ha sottolineato Amartya Sen, è fondamentalmente una questione di libertà: siamo liberi se siamo in grado di scegliere e di avere ciò che ci compete senza pregiudicare la libertà di altri di fare lo stesso.
L’attenzione, tuttavia, è spesso concentrata sulle disuguaglianze economiche, anche se livelli di reddito simili  possono coniugarsi con disparità nei livelli di istruzione o di sanità o di condizione, ovvero disuguaglianze tra  individui e tra famiglie, gruppi sociali, categorie o aree di un paese, come, ad esempio, le disuguaglianze per età o genere, posizione professionale o condizione lavorativa.
La disuguaglianza di reddito e ricchezza è un freno al progresso sociale. Se un certo grado di differenziazione è tollerabile e persino desiderabile, una disuguaglianza consistente nella distribuzione delle risorse, nelle opportunità o nelle capacità è in contrasto con la maggior parte delle teorie della giustizia che vedono tali disuguaglianze come intrinsecamente “ingiuste”. La disuguaglianza riduce il benessere complessivo di una società ed è percepita come problematica dalla grande maggioranza delle persone. Se in un paese solo in pochi sono ricchi e molti sono poveri, quel paese sarà percepito come più ingiusto di un paese dove la maggioranza non è né ricca né povera, dove chi ha di più sostiene chi ha poco favorendo politiche di assistenza o di re-distribuzione. Il reddito di un paese è dato dalla somma dei redditi degli individui: se la crescita economica – che tiene conto di quanto il reddito complessivo aumenta – è a vantaggio solo di pochi, la disuguaglianza aumenta e con essa anche la povertà (relativa). La povertà, tra l’altro, viene comunemente definita come mancanza di mezzi (minimi di sostentamento). Si può avere un livello di povertà che chiamiamo “assoluto” se misurato in termini che non dipendono dal livello medio, mentre parleremo di povertà “relativa” se misurata al livello medio di una popolazione. Ridurre la povertà significa quindi garantire un livello minimo di mezzi (reddito o spesa). Questo, però, può non avere alcun effetto sulla disuguaglianza e sull’equità della distribuzione delle risorse. Si può, infatti, avere una situazione di totale assenza di povertà, comunque definita, e grande concentrazione delle risorse nelle mani di pochi. Ridurre la povertà, quindi, è in definitiva un problema di “assistenza” e solidarietà, se vogliamo, che però non scalfisce i meccanismi di funzionamento dell’economia se questi sono particolarmente distorti a favore di pochi. Ridurre la disuguaglianza complessiva di una società, invece, riguarda il grado di equità nella distribuzione delle risorse, quanto la ricchezza sia alla portata dei più e quanto il sistema generi giustizia sociale.
Se è questa che vogliamo, allora dovremo occuparci più di disuguaglianza che non di povertà. Se vivo in un paese dove il livello minimo di reddito è 2 e ci sono un certo numero di poveri il cui reddito è 1 e un certo numero di ricchi il cui reddito è 1001, non costerà nulla far sparire la povertà trasferendo quell’1 dai ricchi ai poveri.
Ma quanto diseguale rimarrà quel paese?

Pier Giorgio Ardeni

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 341 “credere nel progresso sociale”

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