Crescita della popolazione mondiale – L’oblio di un problema

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Redazione I Martedì

La questione della crescita della popolazione mondiale con il conseguente impatto ambientale dei flussi migratori internazionali: che fare?

La moderna onda di crescita della popolazione del mondo, iniziata più due secoli fa, sta lentamente moderando la sua forza. I dati lo confermano chiaramente: si stima che il tasso di crescita della popolazione del mondo fosse appena del 3 per mille all’anno durante il XVIII secolo, accelerando in seguito il suo passo al 5 per mille nel XIX secolo, al 9 per mille nella prima metà del XX e raggiungendo il massimo del 18 per mille nella seconda metà del secolo scorso. Stime attendibili valutano l’attuale velocità di crescita attorno all’11 per mille, e tra gli esperti c’è un diffuso consenso che il rallentamento debba continuare, approssimando lo zero verso la fine del secolo.
Le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite, stimano la popolazione mondiale attorno agli 11 miliardi alla fine del XXI secolo, decuplicata rispetto all’inizio del XIX e doppia rispetto al valore raggiunto nel 2000. Semplificando al massimo una storia assai complessa, questo ciclo di crescita è la conseguenza della moderna rivoluzione
demografica, che ha prodotto la storica transizione da alti a bassi livelli di natalità e di mortalità; una rivoluzione che nei paesi più prosperi dell’Europa e dell’America del Nord iniziò nella prima parte dell’Ottocento e che si è conclusa alla metà del secolo scorso. Questa stessa rivoluzione è iniziata con circa un secolo di ritardo nel resto del mondo e deve ancora concludere il suo ciclo.
I meccanismi della rivoluzione, o transizione, demografica sono ben noti. In linea generale, sono la conseguenza della rottura della sindrome di povertà – povertà di risorse e povertà di conoscenza – che aveva mantenuto la mortalità su alti livelli fin dagli albori dell’umanità. La rottura di questa sindrome ha determinato un aumento della sopravvivenza e della longevità, e successivamente, con un ritardo di qualche decennio, ha causato un aggiustamento al ribasso della natalità. In generale, la caduta della mortalità ha preceduto quella della natalità, causando l’accelerazione del tasso di accrescimento della popolazione, fin quando l’avvio del declino della natalità non ha posto un freno alla crescita. Con la modernità, la sopravvivenza e la riproduttività hanno cessato di essere determinate dall’istinto, dalla biologia e dalle costrizioni materiali, facendosi sempre più guidare dalle scelte e dai comportamenti individuali. La relativa inerzia propria dello sviluppo demografico fa sì che le previsioni demografiche, a distanza di una generazione (una trentina di anni), siano discretamente affidabili, almeno a livello globale o delle grandi aree regionali.
Considerando il periodo 2015-2050, troviamo che la popolazione del mondo – secondo le proiezioni delle Nazioni Unite – aumenterà da 7,3 a 9,7 miliardi, o 2,4 miliardi in 35 anni; un pari aumento si era accumulato nei 29 anni tra il 1986 e il 2015 e nei 36 anni tra il 1950 e il 1986. In altre parole, ci saranno 2,4 miliardi di persone in più sulla terra da nutrire, vestire, alloggiare; che avranno bisogno di energia e combustibili per riscaldarsi, cucinare, muoversi; che avranno necessità di utensili, macchine, infrastrutture e beni manufatti, costruiti con materie prime ed energia; che utilizzeranno e consumeranno spazio. Il sistema economico dovrà soddisfare una domanda aggregata accresciuta, mentre l’ambiente dovrà sostenere un impatto umano sempre più gravoso.
Quasi tutto l’incremento demografico, da oggi al 2050, avverrà nei paesi meno sviluppati, mentre la popolazione dei paesi sviluppati resterà all’incirca stazionaria. Circa la metà dell’accrescimento demografico mondiale sarà assorbito dall’Africa, e un ulteriore 28% dal sub-continente indiano. Se separiamo, nell’ambito dei paesi in via di sviluppo, quelli più poveri da quelli meno poveri, vediamo che nei primi la popolazione raddoppierà e nei secondi aumenterà di circa un quarto. In Europa, Cina e Giappone, la popolazione inizierà un ciclo decrescente prima della metà del secolo. Le popolazioni urbanizzate – che oggi sono più della metà della popolazione del globo – continueranno la loro crescita e quelle rurali saranno in declino. È da attendersi anche che la popolazione del mondo aumenterà la sua concentrazione nelle aree costiere, più fragili sotto il profilo ambientale, e che proseguirà l’intrusione umana in altre aree fragili essenziali per gli equilibri ambientali, come le foreste pluviali.
Nella consapevolezza che la velocità di sviluppo della popolazione mondiale sta rallentando, la questione demografica si è fatta meno presente nel dibattito internazionale, quasi essa non rappresentasse più un potenziale fattore di squilibrio per lo sviluppo. C’è poca demografia nell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2015-2030, approvata con molto clamore mediatico dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel Settembre del 2015. C’è poca demografia negli Obbiettivi per lo Sviluppo Sostenibile approvati dalla stessa Assemblea. Tuttavia, nonostante il rallentamento della crescita, ci sono molti aspetti del futuro sviluppo demografico che minacciano quella “sostenibilità” che è il mantra dell’Agenda 2030. Tra questi, il raddoppio della popolazione dell’Africa Sub-sahariana nei prossimi trent’anni; la bassissima natalità dell’Asia orientale e dell’Europa e il declino demografico e il forte invecchiamento che essa genera; i flussi migratori internazionali senza ordine e regole; la penetrazione umana in aree fragili e pristine; il fatto che la crescita demografica concorre in modo assai rilevante al riscaldamento globale.

Massimo Livi Bacci

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 341 “Credere nel progresso sociale”

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