L’esploratore della mezzanotte – Intervista a Paolo Valesio

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Il peregrinare esistenziale, poetico e lavorativo di uno dei maggiori poeti italiani: Paolo Valesio

Nel 1979 acquistai il suo primo libro Prose in poesia: fu una scoperta mai smentita dalle opere successive. Da allora Paolo Valesio è stato il poeta che lanciava i suoi “dardi” da oltreoceano, dagli usa.
Ora che è tornato a Bologna, dove ha fondato il Centro Studi Sara Valesio, dopo aver insegnato per decenni alla Columbia University di New York abbiamo avuto modo di conoscerci e di entrare in amicizia.
Quello che segue è uno dei nostri dialoghi.

Con Esploratrici solitarie. Poesie 1990-2017 che la Raffaelli Editore ha da poco pubblicato possiamo avere sotto gli occhi il tuo percorso poetico degli ultimi anni, una “via crucis” iniziata nel 1979 con Prose in poesia edito dalla casa editrice Guanda. Quale logos insegui nel tuo infaticabile peregrinare poetico ed esistenziale?

Logos è una parola troppo forte per parlare della mia esperienza. (Per me la poesia è un’esperienza radicalmente personale, e non ho alcuna teoria poetica). La via che ho scelto – o da cui sono stato scelto – è quella di un pensiero in itinere (anche oltre gli spostamenti geografici), una filosofia vagabonda. È così che nasce il tipo di poesia che tu hai appena descritto.

Mi viene in mente quanto affermasti in La strana bellezza del fraintendimento: «Ma è bene non affrettarsi troppo nella corsa verso un qualche lieto fine. Sembra che il linguaggio umano si sia evoluto (o involuto) in larga parte come mezzo per fraintendersi». Cosa intendi per “fraintendimento”?

In realtà, nello scritto a cui tu gentilmente ti riferisci, io parlo di due fenomeni diversi. Il primo è quello che si chiama correntemente “fraintendimento”; in effetti, nessuno di noi comprende interamente un’altra persona, dunque è sempre possibile l’equivoco (in buona fede). Insomma, non solo “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, come dice il proverbio, ma anche (e pazienza per la caduta della rima) “fra il dire e il dire c’è di mezzo il mare”. Scherzi a parte, io ho sempre constatato una divaricazione fra la parola e l’intenzione che le presiede.
Tutti conosciamo la storia di Babele: le lingue diverse, il dilemma della traduzione, ecc.; ma il problema è che c’è anche una frattura, all’interno di ogni lingua, tra l’uno e l’altro parlante. Penso a un termine tecnico della linguistica, “idioletto”, che poi indica semplicemente il complesso degli usi linguistici di un dato individuo, a un certo momento della sua esistenza. Ma nella radice stessa di questa parola si annida l’idea della “idiosincrasia”, cioè di una reattività o sensibilità particolare, che può causare difficoltà nella comunicazione; una certa dose di fraintendimento (maggiore o minore a seconda dei casi) è, dunque, inevitabile in ogni comunicazione umana.
Ma in quello stesso scritto io poi distinguevo il concetto di “fraintendimento” da quello di “fra-intendimento”, che è un mio piccolo neologismo, nel quale il trattino di divisione restituisce una certa autonomia alle due parti di questa parola composta: distingue cioè il concetto del prefisso “fra” da quello del sostantivo “intendimento”, così descrivendo una situazione in cui è possibile intendersi al di là degli equivoci e delle differenze; appunto, fra di esse. E mi raccomanderei a te e all’eventuale stampatore di non confondere il trattino di separazione all’interno di questa parola composta “fra-intendimento” con il trattino che marca gli “a capo” tipografici: altrimenti non si capisce bene di che cosa io stia parlando!
Questa distinzione non è una minuzia filologica, ma è filosoficamente importante. Le differenziazioni o torsioni all’interno di certe parole comuni le defamiliarizzano, dunque ci aiutano a pensare in modo nuovo, relativamente nuovo, non semplicemente alle parole, ma alle cose, ai complicati fenomeni della vita. Queste variazioni interne ci riportano allo stile di pensiero di Jacques Derrida, Jacques Lacan, Jean-Luc Nancy, ecc., anche se l’origine di questi procedimenti espressivi è da ricercarsi nella filosofia di Martin Heidegger.

Leggo da Fra le quinte del teatro tratto da La mezzanotte di Spoleto (Raffaelli Editore, 2013, 2018):

«O Spoleto Spoleto: gli ricorda
che come ebbro vive,
dentro una nube;
che forse non si è ancora risvegliato
dalle mute esistenze precedenti.
Nato secondo anagrafe in Italia –
e a quella radice, fedele –
lui sa però di essere
Renatus a New York. […]»

Versi che, a mio avviso, testimoniano la fragilità e, al tempo stesso, la potenza delle continue «mute esistenze precedenti» che si susseguono, si accavallano, spariscono, di nuovo ritornano: quali «fantasmi di fantasmi», santi e peccatori, percorrono il tuo palcoscenico?

Vorrei dire, prima di tutto, che è per me fonte di una certa soddisfazione il fatto che la raccolta cui appartengono i versi che hai citato sia risultata una delle più “leggibili” e frequentate fra quelle che ho scritto. La mezzanotte di Spoleto è stata pubblicata nel 2013. Poi nel 2017 ne è uscita una versione inglese con testo originale a fronte (La mezzanotte di Spoleto / Midnight in Spoleto, tradotta da Todd Pornowitz, per la casa editrice Fomite, di Burlington nello stato americano del Vermont); nel 2018 l’editore italiano ha pubblicato la seconda edizione riveduta e corretta del testo originale del 2013; ed è prossima l’uscita della versione francese, Le Minuit de Spolète, presso una casa editrice parigina.
Quanto alla lunga poesia Fra le quinte del teatro, che costituisce il “Prologo” di quel libro: essa rappresenta una svolta (non è la prima, e spero che non sia l’ultima) nello sviluppo della mia poesia e della mia vita, ovvero della mia poesia-dentro-la-vita. Cioè: se la poesia non mi aiuta a comprendere e valutare la vita mia e altrui, non vedo francamente perché dovrei scrivere. In questo senso, mi risuona nella mente quel verso famoso che piomba come un fulmine nel cielo sereno di un prezioso sonetto di Rilke, e lo conclude: “Tu devi cambiare la tua vita”.
È solo quando ho riletto Fra le quinte del teatro, che ho veramente accettato un paio di elementi importanti della mia vita: che il teatro nel senso più lato – quello che vedo intorno a me sulle scene e nella vita quotidiana, e quello che scavo dentro di me – mi fa arrivare al cuore pulsante della realtà; e che non posso più eludere ciò che per un certo tempo avevo messo tra parentesi, cioè che quasi la metà della mia esistenza è trascorsa in un altro paese. Questo, per dire di alcuni dei “fantasmi di fantasmi” fra i quali mi aggiro mentre vivo e scrivo.

Una poesia in cui affiorano immagini spirituali come questa:

«Cristo insazïabile e paziente
Vuole che lui sia Cristo:
è il peso dell’onore
di una sbilanciata amicizia»
(Sine titulo, 3 da Il volto quasi umano, Lombar Key, 2009)

Qual è il peso, se peso si tratta, di questa sbilanciata amicizia?

Per me è chiaro (ma il lettore/lettrice è l’ultimo/a giudice) che questa amicizia è sbilanciata perché uno dei due contraenti è infinitamente inferiore all’Altro. E anche se questo Altro ha detto: «Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11, 30), lo sforzo di adeguarsi resta pesante.

Sei tornato a vivere a Bologna, dopo anni passati ad insegnare Letteratura italiana alla Columbia University di New York dove hai ricoperto la cattedra “Giuseppe Ungaretti”, fondatore e animatore del Centro Studi Sara Valesio, sempre ricco di nuove iniziative, cosa custodisci dell’esperienza americana?

L’esperienza americana continua ad affiorare in me in modi e momenti inattesi; comunque, tentare di farne un bilancio adesso è altrettanto difficile che fare i conti con l’esperienza italiana: sono le due metà della mia vita. Quanto alla seconda parte della tua domanda: accolgo la tua espressione “poeti d’oltreoceano”, perché si adatta bene alla particolare complessità della situazione: sono poeti americani (ma già questa è una parola vaga), italiani e italo-americani. Ma prima di tutto (e sempre a proposito della concretezza esistenziale), debbo dire che i miei contatti sociali sono stati (e sono) intensi e anche alquanto fuggevoli (sono sempre stato un timido). In uno del miei testi paragono le amicizie a lampi: “Lui vive le amicizie come lampi: / vorrà dire che vengono dall’alto”, comincia la breve poesia Amistades nel mio libro più recente, Esploratrici solitarie. Ciò non significa che le mie amicizie siano di breve durata: questi lampi infatti restano durevolmente incisi sulla piccola volta di cielo della mia vita – è solo che si incrociano in modi imprevedibili e che la loro visibilità è alterna. Inoltre, ho iniziato relativamente tardi a scrivere poesia. (Avevo cominciato con la narrativa – che a questo punto, dopo una ventina di volumi poetici pubblicati, sto riprendendo, fianco a fianco con la poesia). Il tardo inizio è un “peccato” che un poeta sconta per tutta la vita, e che condiziona tutte le relazioni con i suoi confratelli e consorelle in poesia; per non parlare della situazione particolare di chi comincia a scrivere (poesia e narrativa) in lingua italiana vivendo al tempo stesso la lingua del paese straniero in cui risiede. Inoltre, nell’ambiente dell’italianistica americana dove lavoravo in quegli anni, era abbastanza difficile coltivare i rapporti con i poeti italiani e farne accettare la presenza in un contesto accademico, così che il mio lavoro era orientato prevalentemente in direzione italiana. (Sono stato il primo, e credo di essere rimasto l’ultimo, all’università di Yale, che affidasse a un poeta italiano in visita, Antonio Porta, un corso di letteratura durante il suo semestre di presenza). D’altra parte, ho sempre tentato, nei miei modesti limiti, di mantenere la poesia italiana nella posizione che è sempre stata sua, cioè come parte integrante di una rete di rapporti internazionali e plurilingui, dunque costantemente legata alla sfida e bellezza della traduzione, della filosofia, della cultura in generale. A Yale nel 1993 fondai un gruppo in cui si leggevano ad alta voce poesie in qualunque lingua (purché fossero accompagnate dalla traduzione inglese), seguite da una libera e informale discussione; il gruppo si riuniva due volte al mese e durò ininterrottamente per dieci anni. Nello stesso periodo (1997) fondai la rivista “Yale Italian Poetry – YIP”, che portai con me quando nel 2005 mi trasferii a New York presso la Columbia University, dove la rivista divenne un organo annuale con il titolo “Italian Poetry Review – IPR”; e continua a vivere come rivista plurilingue di critica e creatività, redatta fra New York e Bologna, e pubblicata a Firenze. (La rivista è ora integrata da una collana di poesia e saggistica intitolata “Ungarettiana”, in ricordo della cattedra “Giuseppe Ungaretti” che io ebbi l’onore di ereditare a Columbia da quello studioso e grande amante di poesia che fu Luciano Rebay – cattedra il cui destino è oggi incerto.). Tornando a Yale, la mia relazione poetica più importante fu forse quella con un grande critico letterario il quale però, per quanto io sappia, non ha mai scritto un verso; ma che è unico o quasi, fra i critici che ho conosciuto, per il suo rapporto propriamente poetico, e direi rabdomantico, con la poesia: Harold Bloom, con il quale sono ancora in corrispondenza. Frequentai anche due autorevoli poeti ora scomparsi: il sapiente John Hollander (che era anche critico e professore) e J. D. McClatchy, autore anche di libretti d’opera, che dirigeva la prestigiosa “Yale Review”. (Riguardo a quest’ultimo, provo ancora un lieve rimorso: l’ultima volta che lo vidi fu quando lo incrociai nella sala d’aspetto dell’ospedale di Yale – e in quella occasione egli non mi salutò, evitando ostentatamente il mio sguardo; ne rimasi impermalito, ma molto tempo dopo mi resi conto che quella per lui era una visita medica grave: non ne avevo compreso – tanto è facile fraintendersi – l’orgoglio e il pudore.) E ricordo anche il raffinato Wayne Koestenbaum, autore fra l’altro di un’Ode dedicata alla cantante d’opera Anna Moffo. In quegli anni yalensi ebbi occasione di ascoltare Mark Strand leggere sue poesie, e il suo volto scultoreo mi apparve subito come un emblema vivente del Nord-Est americano, fra il Canada (luogo d’origine di Strand) e la Nuova Inghilterra (Yale si trova a New Haven, cittadina del Connecticut). Ritrovai poi Strand a Columbia, dove egli concluse la sua carriera accademica (e la sua esistenza); e in alcune nostre conversazioni emerse il laconismo ironico, con un tocco noir, che caratterizza anche la sua poesia. Da quegli anni ricordo anche la nostra vicina di Princeton, Susan Stewart, cultrice della poesia italiana, e Rosanna Warren, che ha trovato una sua voce poetica indipendente rispetto all’imponente retaggio del padre, il grande scrittore Robert Penn Warren. Ma quando parlavo di una situazione complessa, mi riferivo soprattutto a quella della poesia italoamericana. Nei miei primi anni americani entrai, con vari poeti di quella comunità, in dibattiti che adesso si direbbero identitari, e nel primo entusiasmo pensai a scrivere un saggio, o una poesia-saggio, intitolata “Gli anni italoamericani”; ma poi si creò una sorta di istituzionalizzazione ideologica in cui non mi ritrovai più a mio agio. (Come non mi ritrovo in nessuna forma di ideologia –con quel suo frequente accompagnamento che è il nominalismo terminologico: per esempio l’insistenza sul termine “italiano-americano”, come se fosse politicamente più corretto della buona vecchia parola, “italoamericano”). Quella che mi interessava, in quella comunità di poeti (come in ogni altra comunità simile) era, piuttosto che l’espressione ideologica, quella antropologica – essenziale per percepire le diversità delle umane esistenze, senza le quali non si capisce la poesia. Come si può veramente comprendere la critica di Bloom e la poesia di Hollander, se non si afferra l’antica nobiltà della loro cultura ebraica? Come si possono capire due poeti importanti che ho incontrato recentemente durante una visita in un altro stato della Nuova Inghilterra (il Vermont), se non si tiene presente per uno di essi (Major Jackson) il suo essere afro-americano, e per l’altro (Greg Delantey) la sua doppia appartenenza, irlandese e statunitense? Ciò si collega a una situazione che è necessario tenere presente perché si rapporta alla vita concreta, non alle astrazioni politico-ideologiche: ed è la distinzione fra i poeti italoamericani e i poeti italiani espatriati, al cui novero io appartenevo, prima del mio rimpatrio o dis-espatrio, in Italia. (Quest’ultimo termine non è un giochetto gratuito, ma descrive tutta la complessità di una condizione che è insieme umana e poetica: dopo un lungo espatrio non sembra più possibile guardare in un’unica direzione, e parlare di rimpatrio.) Italoamericani sono, per esempio, personaggi come il patriarcale Joseph Tusiani (poeta in latino e pugliese, oltre che in inglese e in italiano), che io definirei neoclassico; o il più giovane e modernistico Michael Palma, poeta e traduttore (anche di mie poesie, e anche in collaborazione con Graziella Sidoli – lei, però, espatriata), e naturalmente tanti altri; come tanti altri sono i poeti, narratori, traduttori che definisco espatriati – il maggiore dei quali è Alfredo De Palchi: poeta rocciosamente solitario, con un impeto espressivo che non si arresta. La differenza di cui parlo è difficile da definire (ci vorrebbe tutto un saggio), ma esiste, ed è essenziale: il rapporto del poeta italoamericano con la comunità statunitense è poroso, mentre nel poeta espatriato i momenti di porosità si alternano a quelli di distanziazione. E infine c’è la situazione particolare degli intellettuali americani italofoni e italofili, tra cui ricordo il grande intellettuale Allen Mandelbaum, traduttore poetico di classici greci, latini, italiani (Dante) e inoltre poeta in proprio, con cui ebbi una serie di contatti e discussioni (l’esuberante Mandelbaum, che saltava costantemente, anche nell’ambito della stessa frase, dall’italiano all’inglese). Ma naturalmente molti altri sono i poeti e traduttori, che coltivano la lingua italiana (ricordo, oltre ai già menzionati, Barbara Carle poeta e traduttrice residente in California).

Come valuti l’attuale panorama poetico italiano, segnatamente quello bolognese?

Spero che tu non consideri la mia come una risposta diplomaticamente evasiva, se ti dico che evito le valutazioni generali, così come (ripeto) non elaboro teorie, anche se le leggo con interesse. “Valutazione” per me è una presa di posizione esistenziale: sulla singola poesia che mi trovo a scrivere, sui testi presentati alla rivista e discussi con la redazione, sui manoscritti teatrali (dirigo anche una collana di teatro), poetici, saggistici che di volta in volta appaiono sul mio tavolo. Ciò detto, non intendo poi nascondermi dietro un dito, e azzardo un paio di osservazioni. È idea ormai diffusa (con la quale concordo) che il Novecento italiano è stato uno dei secoli più splendenti nella storia della poesia, non solo italiana ma internazionale. Le valutazioni divergenti appaiono quando ci si chiede come/quando sia finito il Novecento, e come si delinei la sua transizione dentro il ventunesimo secolo. Per me il Novecento poetico in quanto sperimentazione (che è esperienza diversa dallo sperimentalismo) arriva a conclusione in due colpi (nel senso di percosse inferte al corpo morbido della poesia) successivi, e arrivati a distanza l’uno dall’altro: la scomparsa di Pier Paolo Pasolini nel 1975 e quella di Amelia Rosselli nel 1996. E dico questo non per teatralizzare la tragicità delle loro morti (la quale peraltro non è indegna di riflessione), ma semplicemente per dire che le loro due sfide così diverse, e in verità quasi opposte – il pensiero poetante (come s’usava dire) dell’uno, l’abbandono lirico (ascetismo dell’eccesso) dell’altra – non hanno ancora trovato una risposta chiaramente riconoscibile nel terzo millennio. Quanto alla situazione locale: si poteva ancora parlare di un panorama bolognese all’epoca di Roberto Roversi (che mi ha stimolato alla poesia, e a cui ho dedicato il mio primo volume poetico, Prose in poesia del 1979). Ma quell’epoca è definitivamente conclusa, anche se mancano ancora un completo regesto filologico (e c’è chi ci sta lavorando) e un autentico bilancio critico del periodo roversiano, che ne descriva le luci e le ombre (come si diceva nei temi in classe di una volta). In ogni caso, non mi sembra che si possa parlare oggi di un riconoscibile panorama bolognese in poesia. Noi esistiamo semplicemente come poeti e poete che tentano di vivere (in opposizione a sopravvivere) la loro condizione a Bologna, provando a riconoscere se stessi e gli altri in un incrocio molto movimentato (e questo è un dato positivo) di iniziative a vari livelli, dentro le rovine di una polis politico-culturale di cui alcuni sembrano sentire la mancanza (non è il mio caso), ma a cui non è ancora succeduta una nuova polis. Se posso riferirmi per un istante alla mia posizione di organizzatore culturale in questo panorama (non con la presunzione che esso possa servire da modello – tutt’altro: è per dichiarare onestamente il limite e la soggettività della mia prospettiva): il Centro Studi Sara Valesio è appunto quello che il suo titolo dichiara, cioè un ambiente in cui la poesia viene presentata e studiata non in una sua pretesa autonomia, ma in connessione con tutte le altre scienze umane, e in particolare con la riflessione metodologica e filosofica. (Per noi del Centro non esiste “la poesia” ma “la poesia e…”).

Chi è Paolo Valesio?

“Chi è Paolo Valesio?” è una domanda che (quando la risposta è affidata al diretto interessato) racchiude in sé il pericolo di incoraggiare un certo narcisismo. Preferirei allora parlare di un fare piuttosto che di un essere: parlare cioè di quello che tento di realizzare, in questo periodo conclusivo della mia vita. C’è una frase, nel riscoperto Libro Rosso di Carl Gustav Jung, che incide a fondo: “Non si può dire quanta umiltà debba avere chi si fa carico di vivere la propria vita. È quasi impossibile definire quanto disgusto senta chi voglia entrare davvero nella propria vita. La ripugnanza lo fa star male fino a farlo vomitare di se stesso”. È molto difficile farsi questo carico, e ognuno dovrà scegliere per suo conto se affrontare, e in che misura, tale rischio. Quello però che mi sentirei di dire è che mi pare assai difficile fare veramente poesia senza affrontare ogni giorno il rischio di questa ripugnanza radicale; per ciò che mi riguarda, non oserei scrivere se non mi mettessi continuamente alla prova in questo senso. “Tu devi cambiare la tua vita”; l’umiltà di farsi “carico di vivere la propria vita”; ma che posto occupa in tutto questo il rapporto che la poesia a un certo punto non può non avere con gli altri? Senza necessariamente sottoscrivere la drastica posizione di Simone Weil (la quale osservò una volta che il sociale è il regno del Principe di Questo Mondo), riconosco tuttavia che per me la poesia entra in diretta comunicazione col mondo, oltre e attraverso la società. (Se dico “poesia e società”, comincio subito a irretirmi nell’ideologia.) Ma non mi prenderei sul serio, se non servissi la poesia in entrambe le direzioni: quella del mio proprio lavoro, e quella della cura del lavoro altrui. Non mi basta tuttavia, come giustificazione di un senso di vita, una cura meramente tecnica e filologica – una cura come curatela. A volte mi sembra di poter dire che lo scavo spietato dentro il sé e il linguaggio (“Ogni pietà convien che qui sia morta”) – scartando ciò che è moralistico ed edificante, accettando la sfida di una parola che renda giustizia a tutto, compreso l’elemento nichilistico in ognuno di noi – porti a una forma di pace interiore la quale può (per fortuna) diventare contagiosa, estendendosi agli altri. Questo è comunque il solo modo per me di restituire un minimo di autenticità alla parola “pace”. Che nella maggior parte dei discorsi correnti è diventata un’espressione di auto-indulgenza; così come le altre parolone (amore, libertà, uguaglianza, e simili) le quali di solito titillano l’immaginario di una, come dire, Nuova Pornografia – una pornografia soft e molto corretta. Voglio dire: fino a che non immerge queste belle idee nell’Ombra (Jung, ma non solo) e nel rischio, la poesia – nella mia modesta esperienza – non comincia nemmeno a esistere.

Ogni porta richiusa somiglia a una aperta
Ogni porta richiusa somiglia a una aperta
quando a notte è soltanto
un pallido riquadro.
Chi, in risveglio improvviso,
le si pone di fronte
con spirito contemplante
e attenzione pura
riesce talvolta
a passarle attraverso.

Velamento
La neve è alle porte di Roma:
su queste
presepiali colline lo scialle
levissimo
serve solo al contrario: a ricordare
che la vita sottesa può essere
ancora e sempre ardente.

Poesie tratte da Esploratrici solitarie (Poesie 1990-2017), Raffaelli Editore 2018.

Domenico Segna

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