Giustizia vo’ cercando

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Giovanni Bertuzzi

Giovanni Bertuzzi

Direttore responsabile della Rivista I Martedì, Direttore del Centro San Domenico e Preside dello Studio Filosofico Domenicano.
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 In quale rapporto stanno “la legge” e “la giustizia” come ciò che è conforme giustizia”? Coincidono più o meno tra loro, oppure sono diverse e, allora, in che cosa si differenziano? Ce lo chiediamo di fronte a chi “invoca giustizia” e non la trova nei tribunali, nei rapporti di lavoro, presso le autorità dello stato o nei meccanismi istituzionali. Ce lo chiediamo, constatando che le leggi, da sole, non sembrano in grado di ristabilire il giusto ordine, di eliminare crimini di ogni specie e di assicurare in qualunque modo la pace.

Werner Jaeger, questo grande storico del pensiero greco, in un suo saggio filosofico sul valore del diritto, passò in rassegna i diversi significati attribuiti a “nomos” (la legge) e a “dike” (la giustizia) nel corso della storia del pensiero greco, partendo dall’“Iliade”, per giungere fino alla “Scuola di Atene” e a Platone in particolare. È impossibile seguire questa sua rassegna sull’evoluzione del rapporto tra giustizia e diritto, partendo dall’opera omerica, per arrivare fino ai grandi filosofi greci e finanche nei rappresentanti della medicina greca. Tutti costoro sostenevano che sussiste una più o meno perfetta analogia e corrispondenza tra l’ordine razionale, quello sociale, che è alla base delle giurisdizioni umane, e la razionalità del “Kosmos”, cioé l’ordine naturale. Questo legame tra ordini naturale, razionale e giuridico entrò in crisi nell’epoca di Platone con i sofisti, i quali affermavano che non è la ragione ma la forza che crea il diritto, e che non è l’uguaglianza, ma la pratica utilità il criterio della giustizia. Platone, contro i sofisti, recupera il vero concetto di giustizia come ciò che è conforme alla natura dell’uomo come l’armonia tra le parti dell’anima (la ragione egli appetiti sensibili): così come la salute è segno dell’armonia delle parti del corpo. Secondo lui la giustizia non è garantita dalla sola legge (quella, tra l’altro, che aveva condannato a morte il suo maestro Socrate), ma “può essere raggiunta soltanto mediante l’educazione, col dare cioè alla natura dell’uomo la forma che le è propria”.

Come possono corrispondere, allora, le esigenze e le pretese soggettive e individuali di giustizia con le esigenze generali del bene comune e con le norme oggettive del diritto? La legge, si dice, è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali davanti alla legge. Le norme devono essere estendibili a tutti e per questo devono avere un carattere oggettivo e una portata universale, ma l’applicazione delle norme oggettive deve tener presente delle situazioni concrete e delle effettive possibilità dei soggetti che devono rispettarle. Spetta indubbiamente alla legge il compito di fissare le norme adeguate, affinché venga dato a ciascuno ciò che gli spetta, sia nella restituzione di un bene ricevuto (la giustizia commutativa), sia nella distribuzione dei beni comuni (la giustizia distributiva), sia nella contribuzione che ciascuno deve dare al mantenimento e all’incremento di tale bene comune (la giustizia sociale o legale). E tutto questo va stabilito non in modo arbitrario, ma in conformità alla natura razionale dell’uomo, il quale è chiamato a riconoscere i fini giusti da perseguire, e i mezzi necessari per raggiungere tali fini.

In ogni modo, le leggi servono a regolare gli atti e i comportamenti esterni dell’uomo, sono come le indicazioni stradali che ci dicono come dobbiamo comportarci per viaggiare correttamente e sicuri, ma non sono sufficienti per garantire che ciascuno di noi le sappia rispettare, per raggiungere la méta fissata. Occorre che io abbia le condizioni necessarie per rispettare la giustizia e le sue norme: la capacità di riconoscere nella realtà e concretamente il mezzo giusto (medium rei) per perseguire il bene da raggiungere, individuato dalla retta ragione, la ferma intenzione e la decisa volontà di compiere le azioni giuste (media rationis), attraverso il rispetto delle norme che vengono a tal fine promulgate. Tutto questo è compito dell’esercizio concreto della virtù della giustizia, non è garantito solo dalla semplice formulazione teorica e la promulgazione di una legge, per quanto giusta essa sia.

Mi sembra importante, a questo proposito, ricordare che San Tommaso nella Summa Theologiae ha impostato la morale sulle virtù e non sulla legge, come invece hanno fatto molti altri teologi della morale, e questo perché la giustizia non consiste solo nel “dare a ciascuno ciò che gli spetta”, ma “nella ferma e costante volontà di dare agli altri ciò che è dovuto”. La virtù della giustizia, pertanto, ha il compito di illuminare la ragione, di guidare la coscienza, affinché siano ferme nel riconoscere ciò che è giusto, e rafforza la volontà, perché possa perseguire con costanza ciò che la ragione ha riconosciuto come un giusto fine o un mezzo adeguato; essa riguarda anche le intenzioni con cui si agisce, non solo quello che si fa, ma anche come lo si fa e perché lo si fa. Le leggi sono necessarie per agire secondo giustizia, ma è indispensabile interpellare sempre il tribunale interiore della coscienza, per riconoscere e giudicare che cosa sia giusto concretamente fare e come sia giusto farlo.

In conclusione, la pratica della giustizia comporta il rispetto delle leggi, però, come sosteneva Platone, essa è raggiungibile solo attraverso una corretta educazione, quella che permette all’uomo di vivere in modo conforme alla sua natura, per adeguarsi alle norme della legislazione vigente.

È vero che “la legge è uguale per tutti”; è vero anche che in partenza “non tutti sono uguali di fronte alla legge”, per le condizioni in cui si trovano e per gli impedimenti che possono incontrare. Ma allora è importante che, attraverso l’educazione, la cultura e l’esercizio delle virtù “tutti”, per quanto è possibile, siano resi uguali di fronte alla legge.

Giovanni Bertuzzi

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Direttore responsabile della Rivista I Martedì, Direttore del Centro San Domenico e Preside dello Studio Filosofico Domenicano.

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