Ma è proprio vero che siamo tutti fratellli?

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Giovanni Bertuzzi

Giovanni Bertuzzi

Direttore responsabile della Rivista I Martedì, Direttore del Centro San Domenico e Preside dello Studio Filosofico Domenicano.
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Risuona nella Chiesa e tra tutti “gli uomini di buona volontà” il grande messaggio di Papa Francesco sulla fraternità: l’invito a sentirci tutti fratelli e a ricostruire in occasione del Covid il valore universale della fraternità con la forza dell’amore, dell’amicizia, della solidarietà, del dialogo, del superamento di ogni forma di egoismo e di individualismo. 

Riflettiamo un momento assieme su questo valore, non nuovo, ma sempre attuale e bisognoso di essere rivisitato. La fraternità umana, come appartenenza a un’unica famiglia, è un bene da noi ricevuto e acquisito naturalmente, non scelto o deciso deliberatamente: quando nasciamo, entriamo a far parte del consorzio umano e non lo decidiamo noi, così come non decidiamo chi siano i nostri genitori e i nostri fratelli nella famiglia in cui siamo nati. Ma questo bene acquisito della fraternità e familiarità possiamo accoglierlo e valorizzarlo, così come possiamo rifiutarlo o mancare in diverso modo di rispettarlo, quando veniamo meno ai doveri di giustizia e di carità che tale vincolo comporta, quando sciogliamo i legami che ci uniscono e ci relazioniamo a diverso titolo con chi, in un modo o nell’altro, dovremmo considerare nostri fratelli. 

L’intento di Papa Francesco è proprio questo: promuovere la fraternità a tutti i livelli: umano e religioso, interpersonale, famigliare, sociale, nazionale e internazionale, economico e politico. 

L’enciclica è molto lunga e articolata, ma in pratica ribadisce questo: non è vero che siamo tutti fratelli, finché rimaniamo chiusi nel nostro “io” e nei nostri egoismi, finché non ci convertiamo e non ci apriamo agli altri nella dimensione del “noi”. Non è vero che siamo tutti fratelli, finché non si stabiliscano quei rapporti di rispetto reciproco, di gentilezza, di fiducia e collaborazione indispensabili, affinché nasca l’amicizia in tutti i campi delle relazioni umane: nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli politici. 

Ma domandiamoci: in questi tempi di pandemia come si possono stabilire legami di fraternità e di amicizia, quando siamo obbligati a chiuderci in casa, a rispettare le distanze tra noi, a non organizzare incontri e riunioni di alcun tipo e siamo costretti addirittura a vivere separati nella medesima abitazione? Quello che è paradossale, ma anche significativo, è il fatto che la pandemia è piombata in un mondo globalizzato, tecnologizzato, strettamente interconnesso e informatizzato, e ha sfidato la rapidità delle comunicazioni (anzi, si è servito di loro) per diffondere altrettanto rapidamente i suoi contagi. La reazione politico-sanitaria immediata a tale diffusione è stata quella di isolare i contagi, di disinfettare mani, persone e cose, di fermare i lavori, di chiudere i locali pubblici e le manifestazioni culturali di ogni tipo, di svuotare le strade e di far tenere i figli a casa da scuola. 

Ma tutto questo non è bastato e ci ha esposti a rischi di ogni e di altro tipo: le attrezzature sanitarie sono saltate o hanno dimostrato le loro carenze, i reparti degli ospedali si sono dovuti concentrare sull’assistenza ai malati di Covid-19 e in diversi casi hanno dovuto trascurare altre malattie; molti medici hanno dovuto smettere di visitare i loro malati, quando rischiavano di essere contagiati; le produzioni artigianali e industriali hanno subito una forte contrazione con gravi conseguenze sul piano economico; il lockdown e la proibizione anche solo di visitare parenti e amici e a livello scolastico hanno causato in molti nuclei famigliari (ma soprattutto con chi viveva da solo) dannose e pericolose sindrome di segregazione e isolamento. 

Sotto questi aspetti, però, la pandemia non ha fatto altro che aggravare quel processo di chiusura e di autoprotezione che aveva iniziato a manifestarsi nell’epoca del consumismo e della globalizzazione, quando si cominciò ad erigere muri al posto di ponti, per impedire che le fasce più povere e disperate della popolazione mondiale chiedessero ospitalità  e accoglienza ai paesi ricchi; quando la globalizzazione dei mercati e del lavoro diede luogo a quella delocalizzazione che causò nel lavoro diseguaglianze e sfruttamenti; quando i processi politici internazionali di riavvicinamento e di collaborazione tra i popoli sono stati sostituiti dai cosiddetti movimenti politici nazionalistici e populisti e dai fondamentalismi religiosi. Ancora una volta i progressi scientifici e tecnologici hanno dimostrato di essere un’arma a doppio taglio: si sono rivelati decisivi per risolvere gravi e irrisolvibili problemi naturali o umani, ma sono diventati anche mezzi pericolosi di danneggiamento e distruzione nei rapporti dell’uomo con la natura o degli uomini tra di loro. Come ovviare a tutto questo? 

Papa Francesco con la sua enciclica ha saputo non solo denunciare i rischi che l’umanità sta correndo in questi frangenti, e ha evitato l’errore altrettanto grave di condannare i progressi della scienza e della tecnica nei loro effetti benefici (cosa che anche i precedenti pontefici e le precedenti encicliche avevano validamente sostenuto), ma ha anche indicato l’unica strada che occorre seguire, per evitare gli esiti disastrosi dei danni ecologici che si stanno producendo. La pandemia può costituire una buona occasione (forse l’ultima), perché gli uomini si rendano conto di vivere sulla stessa barca, e scoprano la necessità di saper convivere e condividere in essa. Non quindi più divisioni, autarchie e conflitti di interessi, ma solidarietà e collaborazione; non più fame di potere e di dominio, ma spirito di servizio e di altruismo; non più vendette ma perdono. 

Se sapremo muoverci in questa direzione, allora potremo auspicare la realizzazione di quella che già Paolo vi aveva promosso: una “civiltà dell’amore”. Altrimenti ci troveremo al bivio che Papa Bergoglio ci sta indicando: «O la via della fraternità o quella della distruzione». 

Giovanni Bertuzzi

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Direttore responsabile della Rivista I Martedì, Direttore del Centro San Domenico e Preside dello Studio Filosofico Domenicano.

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