L’immaginario inquinato

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Redazione I Martedì

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Un diritto di base degli adolescenti, da ricordare a coloro che si occupano di formare le nuove generazioni, è quello di vivere in un ecosistema non inquinato da continue espressioni di negatività; le personalità del futuro si formano oggi e doveroso quindi è, per gli operatori di comunicazione attuali, non dimenticare le proprie responsabilità. Nell’era dell’eccesso attuale, e dell’interconnettività pervasiva – periodo senza precedenti nella storia delle comunicazioni – gli adulti, con gli adolescenti, possono accedere a ogni tipo di canale informativo, anche se disconnesso dal rispettivo contesto di origine, valersi di supporti mediatici potenti, creare serenità o produrre ansia. Inconsciamente sollecitati e sollecitanti a procedere, sempre e comunque, nei confronti di una fruizione multimediale illimitata, troppo spesso gli utenti finiscono con il nutrirsi di dati non verificati, costruendosi modelli di virtualità fittizia, consolidati sulla base di informazioni, non filtrate da bilanciato giudizio, ma spesso solo disseminate per pregiudizio. È quindi più che mai importante, oggi, sottolineare le responsabilità dei produttori di originario inquinamento, nonché valutare l’impatto della distorsione interpretativa, e degli effetti aberranti causati sulle giovani personalità, nelle relative sollecitazioni, e spinte di accelerazione, e di eccessivo accesso. Un certo tipo di propagazione rivela, ed emana, esalazioni distruttive, provenienti da materiale spesso già all’origine concettuale deteriorato, che quindi contamina l’immaginario collettivo.

Si rincorrono carriere cablate, fondate sulla capacità di mantenere a tutti i costi le celebrity conditions, che provocano la necessità compulsiva di rincorrere ad estremizzazioni, basate sulla amplificazione e la distorsione dei fatti quando riferiti, per assicurarsi così di attrarre l’attenzione dei lettori, che poi ripropongono e propagano ulteriori onde, basate su contro modelli. Le nuove generazioni quindi rischiano di nutrirsi quotidianamente di informazioni, stimoli visivi, e testi la cui attrattiva e leggibilità si mantiene troppo spesso solo sulla base della escalation di distorsione a effetto di fatti e di emozioni espropriate. I giornalisti oggi temono la concorrenza anonima di ogni produttore arbitrario di news e si adattano a una corsa “a chi sorprende di più”, pensando troppo spesso che questo sia l’unico modo di assicurare la propria minacciata sopravvivenza di categoria a rischio.

Vi è in sostanza un’esposizione continua alla neg-news (ovvero notizia negativa), non soffusa di ironia utile in quanto costruttiva, attraverso la produzione di reportage, che riducono le nuove generazioni a livelli di cinismo e risentimento, poi difficilmente controllabili dagli stessi adulti, che abbiano tali stati mentali loro stessi provocato intenzionalmente, o anche solo inavvertitamente innescato.

Si crea quindi facilmente un effetto boomerang, di proporzioni e dimensioni preoccupanti, data la fragilità delle più giovani generazioni. Perturbazioni cognitive, possono essere curate solo sulla base del principio della reversibilità costruttiva. Ad ogni tassello di negatività testuale inculcato, dovrebbe corrispondere un rispettivo opposto, in una corsa alla riabilitazione delle menti ormai sature di una intera generazione che ormai rischia di non volere più credere a nulla e a nessuno.

All’età anagrafica di cinquanta anni suonati ho attraversato, vivendolo in prima persona singolare, testimoniandole da pioniera, autrice scienziata letterata, le ere più significative di almeno quattro discipline trasversali e fra loro collegate: la Linguistica Testuale, l’Intelligenza Artificiale e poi l’Information Design e l’Advance Documentation Management. E c’è ben altro ancora, che neppure c’è tempo e spazio per aggiungere. In sintesi sono una testimonial, a mia volta preoccupata anche di una età disfunzionale e cognitivamente disumanizzante, e proprio perché sono e intendo restare umana, e non desidero essere nè omologabile e clonabile, né tanto meno riproducibile su larga scala in deformato format, ho il coraggio di ammettere in pubblico, da scienziata e ingegnere della comunicazione, come sono e sempre resterò, quindi a mio proprio ma solo apparente svantaggio, che ebbene sì, il troppo accesso per rapido consumo di informazione può fare molto male a un’audience che non sia stata formata a sviluppare parallelamente la capacità di assorbimento, né a calibrare la sua capienza, né la sua portabilità acquisitiva.

Sinceramente credo opportuno rivedere binomi oppositivi come quello di conservazione vs innovazione, così come è tempo di cambiare davvero linea di tendenza passando da una formazione di creative writing a una formazione all’accurate reading. Dalla scrittura creativa alla formazione a una lettura coerente. Importante, oggi, è essere davvero precisi. La intraducibilità di fatto che esiste fra culture, anche se ritenute vicine, porta nella approssimazione, a volte non verificata, con potenziale danno incalcolabile, e tutti noi subiamo le contraddizioni, per nulla maieutiche e per nulla ecologiche, del pensiero condizionato, passato per certezza “dato che tutti ormai la pensano così”. Siamo di fronte al suono della fusione, al rumore acustico dell’ibridazione, alla mutazione e mutuazione continua. Perfino un termine, originariamente negativo, come quello di “contaminazione”, appunto, trasportato fra generi e tipologie, viene reso positivo. Assistiamo spesso alla totale confusione nel ragionamento, e il sonno del buon senso genera, come ci rappresentava Goya, delle vere mostruosità concettuali. Nell’era del post tecnologico aberrante, che stiamo vivendo, perfino la censura dell’eccesso può ribaltare il suo senso, diventando un diritto pubblico alla salvaguardia della sanità mentale e della serenità, bene da preservare.

Nel paradosso, il più iperbolico, l’evitamento di certe parole o frasi o rappresentazioni narrative del trash può diventare l’unico strumento a disposizione della razionalità, e anche cura, ovvero terapia, di un’emozionalità ormai distorta. Per difendere l’umanità della dittatura di una dettatura della mala notizia, sempre e comunque, a una readership imbizzarrita, ossessionata da false premesse.

Ecco come sono arrivata a concepire e a insistere per la scelta di un’espressione non certo rassicurante, nei termini di “inquinamento da conseguenze sull’ immaginario collettivo della mala notizia”. Rappresentando il male, si rischia di creare calore aggiunto al malvagio, in modo da assecondare così i professionisti del danno, piuttosto che proporre un’ingegneria del linguaggio e architettura del testo come percorso differenziato per gli operatori dell’informazioni responsabili. Denunciare un fenomeno, per analizzarlo e risolverlo, è quanto conta, ma puntare il dito contro i singoli li rende famosi e quindi ne accresce lo spessore, dando loro potere. Ecco anche giunto il tempo per una nuova ricerca su vari temi fra loro coerenti, come l’ampiezza dei fenomeni di deriva comportamentale della esibizione del male, continuativa, o la necessità di garantire pari opportunità per le notizie positive, di farcela a comparire sulle pagine dei quotidiani.

Esistono vie di uscita? Si ma solo creando prospettive efficaci per una riconversione terminologica, non soltanto di forma ma anche di sostanza. Dobbiamo riconoscere il paradosso: oggi assistiamo spesso a un finto dialogare, ma sicuramente sempre a un reale dilagare dell’attenzione al negativo, ormai normalizzato come usuale, e allora la vera e unica trasgressione sta nella positività. *

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NOTA

*Questo mio contributo riassorbe, completando l’abstract circolato in sede, alcuni dei contenuti dell’intervento “Le nostre conseguenze della mala notizia” pronunciato da Graziella Tonfoni presso il Convento su Le radici dei diritti, tenutosi a Verona il 9-10.11.2007 e organizzato dall’Università degli studi di Verona del Comitato per le Pari opportunità (Polo didattico Zanotto, Aula magna). Ringrazio in particolare per l’invito rivoltomi a partecipare come relatrice la stimata collega latinista, prof.ssa Licinia Ricottilli.

Graziella Tonfoni

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