Una città con molti cuori – periferia a Bologna

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Nelle periferie le contraddizioni architettoniche e sociali

L’immagine che abbiamo di città è per molti di noi ancora la Città conclusa, quella che si vede nelle illustrazioni medievali, o che il Santo Patrono teneva racchiusa in una mano. La cerchia di mura che la include e la separa dalla campagna minacciosa e ostile è essenziale alla sua esistenza tanto che, se la città si allarga, vengono abbattute le vecchie mura, ma altre ne vengono costruite a delimitare il nuovo perimetro. La città conclusa aveva un cuore solo, che batteva nel centro, là dov’era la piazza, il mercato, il palazzo del governo e la chiesa.

Anche quando le mura furono abbattute e non se ne costruirono altre, rimase nell’immaginario collettivo una cinta muraria che distingueva il centro, il cuore della città da successivi ampliamenti e acquisizioni relegati nel nome di periferia, vista come un’aggiunta, un’appendice del centro, in cui batte il solo cuore della città. Ora la città si ribella ai propri confini e si protende in varie direzioni, seguendo il diramarsi delle grandi arterie stradali; si parla di area metropolitana, di città metropolitana. È una città perennemente inconclusa, è una città che al posto di un cuore e di un centro onnicomprensivo ha più cuori e più centri funzionali.

La città con più cuori

Periferie a Bologna does frontier
does Frontier 2012, via Michele Colonna angolo via Pellegrino Tibaldi, Bologna (Archivio Landini)

Quella che era un’ “aggiunta” ne diventa una parte integrante allo stesso titolo di quello che viene ancora chiamato centro, ma che non assolve più le antiche funzioni. Un cuore batte alla Bolognina con il Liber Paradisus, sede amministrativa del Comune, un cuore in Santa Viola con il Mast, grande centro culturale polivalente, un cuore in San Vitale crocevia della grande distribuzione, e molti altri cuori sono disseminati per la città, alcuni istituzionali destinati a battere a lungo, altri più spontanei ed effimeri.

L’origine della periferia a Bologna si collega alla richiesta di manodopera dovuta all’industrializzazione, che richiamò nuova popolazione con necessità di nuove strutture abitative. I primi insediamenti furono agli inizi del secolo scorso, per la maggior parte persone che venivano da comuni e regioni circostanti. Nacque allora la Bolognina; più avanti, negli anni ‘50-‘60 molti furono i meridionali che affluirono a Bologna, sorsero nuovi quartieri come la Barca e il Pilastro. Negli ultimi anni si registra un afflusso importante dall’Est Europa e da altri continenti, quali l’Asia e l’Africa.

Dai contributi di questo dossier la contraddizione emerge come caratteristica costante della periferia, contraddizione giocata sotto vari aspetti: da quelli riconducibili alla realtà architettonica e strutturale a quelli riconducibili al tessuto sociale.

Contemporaneità o degrado

Il contesto strutturale, se da un lato esprime tutta la precarietà e la fragilità di un’edilizia popolare spesso usurata dal tempo e dalle vicissitudini, dall’altro propone edifici che inseriscono la città nel cuore della migliore contemporaneità architettonica come le torri di Kenzo, il Mast, l’Opificio Golinelli, la torre Unipol.
Degrado, si potrebbe dire, abiezione e mortificazione da un lato, orgoglio di testimoniare la grandezza e la dignità della città dall’altro, sono spunti ed umori che emergono dalle riflessioni di Roversi Monaco.

[…] Leggi l’articolo completo nel numero 338 “Periferie”

Egeria Di Nallo

 

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