Lavoro sì, lavoro no

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Giovanni Bertuzzi

Giovanni Bertuzzi

Direttore responsabile della Rivista I Martedì, Direttore del Centro San Domenico e Preside dello Studio Filosofico Domenicano.
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339 Editoriale N° 8 anno 40

Lavoro sì, lavoro no

Il primo articolo della nostra Costituzione italiana recita così: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro». Ma oggi dovremmo dire: «L’Italia è una repubblica democratica contraddistinta dalla mancanza di lavoro». Tuttavia, come sempre accade nel nostro paese, la presenza di un problema stimola le soluzioni più disparate, frutto della creatività e della capacità di arrangiarsi tipiche della nostra gente, che ricorre spesso a stratagemmi ingegnosi anche ai limiti (o fuori) della legalità, dato che le istituzioni non sembrano in grado di offrire soluzioni soddisfacenti, o per mancanza di coordinamenti, o per la complessità delle norme giuridiche e per la lentezza delle procedure burocratiche, le quali invece di appoggiare, incoraggiare, sostenere e ordinare le iniziative più lodevoli, sono spesso di intralcio e motivo di scoraggiamento, anche per chi è animato dalle migliori intenzioni. La mancanza e la ricerca di lavoro, intanto, sta producendo effetti sociali devastanti nella vita quotidiana e soprattutto nelle nostre famiglie: i giovani devono rimandare la possibilità di inserirsi in modo stabile nel mondo del lavoro, e non sono in grado di formarsi una famiglia; i meno giovani che hanno perso e perdono la propria occupazione a motivo della crisi economica, dei conseguenti licenziamenti e ridimensionamenti del personale, difficilmente riescono a reinserirsi e ad acquisire le nuove competenze, richieste dalle trasformazioni industriali in atto (la famosa rivoluzione tecnologico-industriale 4.0).
Questa grave situazione, che come abbiamo visto chiama in causa i princìpi della nostra Costituzione repubblicana, richiede provvedimenti immediati e soluzioni più a lungo termine. Nell’immediato è urgente affrontare soprattutto la situazione dei quarantenni o cinquantenni che si trovano senza lavoro (perché lo hanno perso o perché non hanno mai avuto una occupazione vera e propria). Non si può attendere che costoro, soprattutto coloro che hanno una famiglia a carico, si preparino e si inseriscano nelle nuove forme di attività professionale che la trasformazione del lavoro in atto sta richiedendo o richiederà in futuro. Occorre inventare e mettere a disposizione dei lavori che costoro sanno già fare o che siano in grado di sostenere.
Per quanto riguarda invece i giovani che devono ancora inserirsi nel mondo del lavoro, tutti gli esperti sostengono che devono essere formati a usare gli strumenti informatici e tecnologici che servono per esercitare le professionalità nuove che sono e saranno richieste dalla rivoluzione industriale in atto. Il problema è sempre lo stesso: quali organizzazioni sono in grado di affrontare e risolvere questa difficile e complessa situazione? Spetta indubbiamente a chi governa predisporre gli interventi legislativi e organizzativi che possano favorire ogni forma di nuova occupazione. Ma le iniziative concrete, come dimostra l’esperienza, vengono sempre dal basso, da chi sente i problemi, e si mette insieme a chi li condivide per organizzare e realizzare delle soluzioni efficaci. Le istituzioni arrivano sempre dopo, per disciplinare, legittimare, sostenere. Vogliamo degli esempi? Si è detto che occorre formare gli studenti a inserirsi concretamente nel mondo del lavoro. Da molto tempo alcuni istituti scolastici preparano i loro alunni a partecipare a settimane di lavoro presso imprese e aziende disponibili, affinché vedano e provino cosa significhi lavorare.

[…]

Leggi l’articolo completo nel numero 339 “Ambiente”

Giovanni Bertuzzi

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Direttore responsabile della Rivista I Martedì, Direttore del Centro San Domenico e Preside dello Studio Filosofico Domenicano.

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